Far sì che il tuo marchio venga citato quando ChatGPT, Claude, Perplexity o Google rispondono al posto tuo. Si misura, e per questo si può migliorare.
Una parte crescente delle domande che prima arrivavano al tuo sito oggi trova risposta dentro il motore di ricerca stesso o dentro ChatGPT, Claude, Perplexity o Gemini. L’utente legge la risposta e non entra. Se il tuo marchio non viene citato in quella risposta, per quella persona non esisti, anche se sei ancora in prima pagina su Google.
Non è la fine della SEO, ma cambia cosa si ottimizza. Non basta più posizionare una pagina: bisogna essere la fonte che il modello sceglie di citare quando riassume l’argomento.
Nessuno controlla cosa risponde un modello. Non esiste una console dove si alza una posizione né un formato magico che garantisca la citazione, e chi ti dice il contrario vende fumo. Quello che si può fare è aumentare in modo sistematico la probabilità di comparire, misurarla e verificare se sale.
Non consigliamo nemmeno di abbandonare la SEO classica. Le due cose si alimentano: gli assistenti si appoggiano in buona parte a ciò che è già ben posizionato e ben collegato.
Percentuale di domande del settore in cui vieni citato, posizione all’interno della risposta, quali tue pagine vengono usate come fonte e come tutto questo evolve mese per mese. In parallelo seguiamo il traffico di referral che arriva dagli assistenti, che ormai è una sorgente identificabile in analytics.
Lavoriamo con questi modelli ogni giorno, non solo come oggetto di studio. Sappiamo come recuperano informazioni, cosa li porta a preferire una fonte e perché ripetono errori, perché costruiamo cose sopra di loro.
E facciamo SEO da prima che tutto questo esistesse, il che evita l’errore più comune in questo campo: trattarlo come una disciplina nuova e separata invece che per quello che è, un ulteriore strato su un lavoro che si sa già fare.